Alessandro Leogrande

«La frontiera»

Feltrinelli

La frontiera: una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti.
“Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre… Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o dall’altra”.

Alessandro Leogrande, con una scrittura finissima, introduce il significato odierno della parola frontiera, un termine adesso divenuto di stringente attualità, in ragione del numero di vittime e delle dimensioni epocali del fenomeno delle migrazioni. Un insieme di storie, che sono vite, migliaia di uomini e donne di cui è difficile capire la vita prima di quel viaggio, l’ammasso di eventi che precede ogni partenza.

Perché quel viaggio ha inizio prima, anche anni prima, e i motivi che l’hanno determinato sono spesso complicati.
Come maneggiare quella memoria e quel dolore? Fino a che punto è lecito scavare?
Ne “La frontiera” si parla di umanità, di temporaneità, l’emigrazione non è solo un evento o un processo ma va inteso come un punto di vista per guardare al futuro di un mondo pieno di prospettive, specie per i giovani.
Migliaia di persone arrivano da varchi sempre differenti, ogni volta è il superamento di frontiere precedenti, non più un limite geografico tra due Paesi ma tra due parti del mondo.