Elisabeth Åsbrink

«1947»

Iperborea

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Qual è il valore di un numero? Di una data, per la precisione. Immaginiamo il 1947.
Se osserviamo la linea del tempo possiamo notare che una guerra finisce, e che comincia una nuova era. Non è un cambiamento immediato, piuttosto un movimento che si estende, si amplifica. In Europa, e ovunque, è distruzione. La gente cerca le proprie case che non ci sono più. O cerca i propri cari. Anche gli affetti sono scomparsi. Molti scappano.
La percezione di quanto è accaduto è inevitabilmente legata a questo presente. Un presente che fatica a riconoscere quel che è successo, che è ancora incapace di assegnare l’esatto nome a quegli avvenimenti. Quali sono i diritti umani infranti? Quali gli obiettivi dei diversi governi? Dove si vuole andare?

1947, di Elisabeth Åsbrink, tenta di dipanare questa matassa di eventi, prova a dare forma al passato, un linea che separi il bene dal male, offre un significato al concetto di democrazia, nel tentativo di assimilare anche il passato personale dell’autrice.

Il risultato è sorprendente. 1947 scorre lieve sotto i nostri occhi, chiaro e dinamico, coinvolgente, necessario.
Il 1947 è davvero un momento cruciale della storia dei popoli, un timido passo verso il nostro oggi. Un mosaico di fatti che Åsbrink trasforma in una storia culturale, politica e umana imprescindibile. Una risposta alla domanda “chi siamo?”, e “come lo siamo diventati?”.

Ogni capitolo racconta un mese. Ogni mese un avvenimento che ha segnato e modificato il corso degli eventi. Ecco, abbiamo un punto da cui ripartire.
Non è più solo una questione di vincitori e vinti. Nascono concetti fondamentali. Regime totalitario. Crimini di guerra Genocidio. Jihad.
E, intorno a questi, si muovono la società la cultura la moda, la vita di ognuno.
Una conseguenza del fatto che il tempo non è assoluto è che il concetto di contemporaneità è privo di significato. I giorni si avvicendano, uno dopo l’altro, e io li seguo. Gli eventi si dispongono uno accanto all’altro”. Åsbrink ne fa una selezione e permette ai ricordi di sopravvivere. “Tra le conseguenze della violenza c’è che le persone che vivevano prima di me non ci sono più, che i ricordi vengono annientati, che l’intero universo viene sepolto sotto palazzi fatti esplodere. Il dolore si tramanda, in un flusso costante che passa dall’ordine al disordine, ed è impossibile che torni indietro. I ricordi sono là, li vedo nell’oscurità, sotto la pioggia. Sono la mia famiglia. Il buio la mia luce”.

Un racconto lucido e, allo stesso tempo, poetico. Per chi legge, l’opportunità di far chiarezza su nodi ancora irrisolti del presente di ognuno. Per l’autrice una dichiarazione d’amore per la propria famiglia.