Jón Kalman Stefánsson

«Storia di Ásta»

Iperborea

di Lorena Currarini

Di Jon Kalman Stefànsson ci si innamora lentamente ma perdutamente.
Dei suoi romanzi, ma anche di lui: viene voglia di conoscerlo e chiacchierarci a lungo, magari di notte, come piace ai suoi personaggi. Questa Storia di Asta è perfetta per cominciare a conoscerli.

L’Islanda oggi va fin troppo di moda; ma (con gran sollievo di noi lettori snob) in Stefànsson non ha niente di esotico o di turistico, è semplicemente una terra dura, dove si vive di pesca e la puzza di pesce rimane appiccicata addosso; e si beve parecchio, si ascolta buona musica rock, si legge tanto. L’unico aspetto veramente esotico è questo: tutti, gli operai e i contadini e i pescatori, leggono con naturalezza poesia e romanzi, e ci trovano nutrimento e pensieri. Per il resto, sono come noi. I personaggi dei suoi romanzi infatti hanno a che fare con le questioni universali della vita: il dolore, la morte, l’assenza, il tempo, la nostalgia. L’amore che si sfalda e scompare con la vita quotidiana. Asta – vitale, bellissima, segnata da tragedie famigliari – vive in Islanda, poi in Norvegia; è una ragazzina difficile, poi una donna forte, sensuale, capace di amare ma anche di pensare, come tutte le donne di Stefànsson – non ultimo fra i motivi che ce lo rendono così amabile.

Il romanzo ci racconta di Asta fin dal suo concepimento. Ce la mostra ragazzina, poi donna, poi vecchia. Ma non in quest’ordine. Il tempo narrativo si interrompe, divaga, ritorna sugli stessi episodi aggiungendo dettagli che ne rovesciano il senso; anche i fili narrativi si ingarbugliano, e talvolta la voce narrante abbandona i suoi personaggi e si rivolge direttamente a noi lettori. Metanarrazioni, alterazioni cronologiche, squarci di monologo interiore…
Detto così, sembra un insopportabile tentativo di avanguardia fuori tempo massimo. Invece funziona. È un disordine necessario. La voce narrante intesse un dialogo col lettore, discute con lui con una sorta di complicità sorridente e malinconica. Come una chiacchierata fra amici. Certe movenze sintattiche ricordano la libertà di Saramago, ma la dolcezza e l’ironia sono quelli che molti di noi hanno amato nella Szymborska. Nessuna presunzione, nessun intellettualismo. Si mira dritto al cuore delle cose. E’ una lingua spesso vicina alla poesia, ma fatta di immagini semplici e inedite: che è un’esperienza particolarmente straniante per noi lettori italiani, abituati a una poesia iperletteraria.

Più lo si legge più lo si ama. Per chi volesse continuare a muoversi in questa Islanda popolata da rockettari poetici e infelici, costantemente innamorati ma mai banali, I pesci non hanno gambe e Grande come l’universo sono altri due romanzi da leggere assolutamente. Ma forse il suo romanzo più bello è Paradiso e Inferno, che ci porta indietro nel tempo, in un Ottocento capace di brutalità come di malinconia, di delicatezza come di passionalità, profondamente islandese ma assolutamente universale come ognuno dei mondi inventati da Stefànsson.

ritmi

(romanzi, racconti e novelle)